C’ERA UNA VOLTA…E C’É ANCORA

Henry_Meynell_Rheam_-_Sleeping_Beauty (1)

Articolo di Carlotta Papandrea

In questi ultimi anni il cinema ha proposto sul grande schermo diverse rivisitazioni di fiabe classiche, ma non ho mai notato certi dettagli – almeno finché non mi sono cimentata nella stesura della mia tesi di laurea. A quel punto, scegliendo proprio il racconto fantastico come tema d’analisi, ho deciso di confrontare queste nuove proposte con le raccolte risalenti al XIX secolo per capire quanto (e se) qualcosa fosse effettivamente cambiato. All’apparenza sembrava proprio di sì, perché nei film d’oggi le protagoniste si pongono come tali e sembrano prendere in mano il proprio destino a voler dimostrare che sono perfettamente in grado di combattere, detenere il potere ed essere forti.

Troviamo infatti sempre più spesso donne che, oltre alla solita bellezza, mettono anche in campo coraggio e determinazione (e più in generale un protagonismo attivo che nella tradizione non è sempre da dare per scontato. Se pensiamo infatti a storie come Biancaneve o La Bella Addormentata, la contraddizione è però evidente: i presunti soggetti della trama, a parte scappare, addormentarsi e ridestarsi nel momento “giusto”, non compiono alcuna azione rilevante, giacché quest’ambito è riservato ad altri), donne che invece di farsi semplicemente guardare, guardano a loro volta ristabilendo l’equilibrio degli sguardi. Eppure progressivamente mi resi conto che questa rivoluzione era apparente o comunque non sufficientemente radicata da potersi definire tale: l’ho capito perché di base i ruoli sono rimasti i medesimi. Alcuni personaggi continuano ad addormentarsi, altri a rimanere bestie ed altri ancora a convivere con tale bestialità; osservando questi stereotipi mi è venuta la curiosità di ribaltarli per capire che effetto mi avrebbero fatto e solo allora ho compreso che, se da una parte la risposta m’incuriosiva molto, dall’altra in me faceva stridere qualcosa – quel qualcosa che ho realizzato essere il radicamento dello stereotipo di genere che in molti abbiamo, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.

Per citare qualche esempio, pensiamo alla Biancaneve di Rupert Sanders (2012) che sì, alla fine da vittima diventa guerriera e scende in campo armata e determinata a riconquistare il proprio regno, ma che prima di arrivare a questa consapevolezza fa ciò che “ci si aspetterebbe” da un personaggio femminile: viene amata ed invidiata per la sua bellezza (e di conseguenza osservata, soprattutto dal mondo maschile), è pressoché indifesa (seppur più scaltra delle sue predecessore) e contesa da due uomini già naturalmente predisposti all’azione (mentre per lei è un passaggio successivo); soprattutto, cade in un sonno profondo a causa dell’incantesimo della regina Ravenna (altra donna che, seppur di potere, ripiega sugli artifici della magia e della bellezza convinta che siano gli unici mezzi a disposizione per mantenere il proprio status). Per cui mi vien da porre la prima domanda: e se fosse un uomo ad addormentarsi e a dover essere salvato? O a dover combattere per stabilire il primato della propria bellezza?

Proseguendo, pensiamo alla Malefica di Robert Stromberg (2014): sorvolando sul fatto che Aurora altro non è che una comparsa (e strumento di redenzione per la protagonista effettiva), anche qui compaiono elementi “tradizionalmente femminili”: la fata subisce una violenza (paragonabile ad uno stupro), oltretutto in un momento in cui è indifesa (Stefano l’addormenta apposta per poter agire indisturbato) e deve poi intraprendere un percorso di ripresa e consapevolezza personale per riuscire ad integrare l’ombra in quello che, un tempo, era uno spirito luminoso ed ingenuamente immacolato[1]. In tutto ciò, pur essendo vittima, viene colpevolizzata dal suo carnefice che impazzisce, convinto che la responsabilità dell’accaduto sia della donna. Inoltre la sfera dell’amore e della riflessione viene riservata al solo mondo femminile: un principe tenta di ridestare Aurora, ma sarà Malefica a riuscirci e solo grazie all’aiuto emotivo reciproco che le due si garantiscono i nodi interiori vengono sciolti.

Qui pongo la seconda domanda: e se fosse un uomo a subire una violenza (e il giudizio da essa derivante)?

Infine pensiamo alla questione della bestialità, questa volta riservata “tipicamente al maschio”:

La contrapposizione fra bellezza e mostruosità, fra le quali si stende una zona di oscurità cieca e gravida di segreti, è un tema cardine in alcune tipologie di fiaba. Nella capostipite delle fiabe letterarie – Amore e Psiche di Apuleio – il sembiante del protagonista maschile tocca tutti e tre i gradi della trasformazione: dapprima annunciato come mostruoso, poi sfuggente e invisibile, quindi divinamente bello. Nelle fiabe sullo sposo misterioso accade spesso che il principe sia un mostro, come per esempio nelle innumerevoli versioni di La Bella e la Bestia. Nelle fiabe sullo sposo animale, invece, il principe, per un maleficio, vive nel corpo di una bestia […] In queste fiabe, la protagonista, spesso presentata come la minore e più bella di tre principesse sorelle, riscatta la mostruosità o bestialità del futuro sposo sottoponendosi con umiltà e pazienza a diverse prove che supera con successo, la più celebre delle quali consiste nel bacio alla forma orrenda sotto cui si presenta l’identità maschile.[2]

Generalmente è il maschio quello a trasformarsi e di solito in forme poco gradevoli o rassicuranti: orsi, ranocchi, corvi, lupi, maiali. Bestie. È anche frequente che la donna, faro di benevolenza e condiscendenza, acconsenta a stare con loro fino a riportarli (attraverso la forza dell’amore e del salvifico bacio) alle loro forme umane. Come scrive Bettelheim:

Sembra quindi che, mentre le fiabe suggeriscono che il sesso senza l’amore e la devozione sia animalesco, almeno nella tradizione occidentale i suoi aspetti animali sono privi di minaccia o addirittura affascinanti, limitatamente alla femmina; soltanto gli aspetti maschili del sesso sono bestiali (Bettelheim 1976, p. 274).

Le nuove versioni de La Bella e la Bestia (Bill Condon 2017) o anche di Cappuccetto Rosso Sangue (Catherine Hardwicke 2011) ci dimostrano come anche in questo ambito lo stereotipo sia perdurato: nel primo caso abbiamo una giovane, bellissima donna a cui si concede di portare i pantaloni sotto la gonna e di rivendicare il diritto delle bambine di essere istruite, ma che di fatto vive in un triangolo di uomini che o la desiderano o vogliono proteggerla (il padre, Gastone e la Bestia) e che dalla sua ha solo il potere dell’amore e della benevolenza (tale da permetterle di vedere la bellezza oltre la bruttezza); nel secondo caso, di nuovo una giovane bellissima donna anch’essa chiusa in un triangolo maschile (il padre, l’amato e il promesso sposo) che dopo varie peripezie scopre che il suo uomo è un lupo e che prima di poterlo riavere dovrà aspettare che lui abbia imparato a controllarsi (di nuovo sotto il segno di quella capacità tutta femminile di apprezzare la persona oltre il suo aspetto).

Siamo in grado d’immaginare che sia una donna a tramutarsi in una bestia e che ad amarla ed ad attenderla con pazienza sia un uomo?

Il filo conduttore di questa piccola esposizione è una passività femminile di fondo che, a parer mio, proprio perché persiste tenta quindi di riscattarsi in un nuovo panorama culturale oggi forse un po’ più attento a queste tematiche. Ma quanto realmente? Le donne in questione sono tutte belle, pure di cuore e vergini; gli uomini con cui si relazionano sono invece coraggiosi, naturalmente volti all’azione e tutti impegnati in un gioco che in palio offre la donna oppure il potere. O magari entrambi.

Se andiamo a recuperare le versioni più antiche di questi racconti infatti, risulta evidente come un’effettiva rivoluzione non ci sia stata: Biancaneve e la matrigna continuano a combattersi per sancire chi sia la più bella (che di bellezza esteriore o interiore si tratti, la guerra è tutta femminile), Rosaspina viene violentata nel sonno; entrambe le principesse si addormentano perché se per l’uomo l‘evoluzione avviene attraverso l’azione, per la donna accade per vie più intime e silenziose. Inoltre entrambe si ridestano solo attraverso l’elemento erotico maschile che le coglie, trasformandole da bambine a fanciulle in età da marito[3]. Belle continua a provare una sorta di sindrome di Stoccolma (nei confronti di un carceriere talvolta insistente e aggressivo) aggravata dal complesso edipico nei confronti del padre (che è anche il motivo per cui lei accetta di rimanere con la Bestia. Nella versione di Villeneuve del 1740 è infatti lui ad esortarla a sposarlo data la sua benevolenza; la ragazza accetta e insieme giacciono nella notte. Solo il mattino successivo avviene la trasformazione in bellissimo principe); Cappuccetto Rosso in alcune versioni si ritrova prima a mangiare i resti della nonna che il Lupo le offre e poi a giacere con lui[4].

I racconti fantastici propongono diversi spunti di riflessione su ciò che la nostra società era ed è, perché attraverso la metafora o il simbolo sono in grado di comunicarci significati complessi (basti pensare al lupo o all’orco, simbolo appunto del maschio violento e tentatore e, in generale, dell’estraneo di cui bisogna diffidare). Ciò che emerge è un dominio virile che in parte si sta mettendo in discussione (si veda Malefica, donna forte ed indipendente a prescindere dalla presenza maschile), in gran parte no.

Lo dimostrano i quesiti che ho proposto: forse riusciamo ad immaginarne la risposta in un universo a ruoli ribaltati, ma allo stesso tempo questo scenario ci stride nella testa perché ciò che perlopiù fa sognare è uno schema fisso culturalmente associato all’idea del romanticismo e dei ruoli che ognuno dovrebbe avere.

Non stupisce se si considera che oggi molti uomini sono ancora convinti che la violenza nei confronti della donna sia un modo per lusingarla e, ancor più tristemente, che molte donne abbiano interiorizzato una certa forma mentis tale da assecondare un filo patriarcale tenace da secoli.

C’era una volta … Un passato non troppo lontano, non troppo passato.

[1] Il film narra infatti del cammino che la fata Malefica intraprende dopo essere stata violata da quello che riteneva essere il suo vero amore: da bambina conosce infatti un giovane garzone, Stefano, e ben presto l’amicizia dei due si trasforma in un sentimento più profondo. La natura corrotta del giovane tuttavia si manifesta molto presto, per cui mosso dall’avidità abbandona la donna che è costretta, in questa prima occasione, ad elaborare la perdita dell’amato. Trascorsi diversi anni, Malefica è diventata la fata più potente e temuta della Brughiera e il re degli uomini, intimorito da lei e consapevole di essere ormai troppo anziano per poterla sconfiggere, promette ai suoi uomini che chiunque gli porterà le ali della fata avrà la corona. Stefano, umile servitore di corte, non si lascia sfuggire l’occasione ed approfittando del sentimento che Malefica prova ancora per lui, ritorna fingendo di ricambiarla. In realtà le offre da bere dell’acqua contenente una sostanza soporifera che fa piombare la donna in un sonno profondo: sarà questa l’occasione in cui Stefano approfitterà di lei, del tutto inerme ed incapace di difendersi, per strapparle le ali ed abbandonarla di nuovo, questa volta davvero sola ed indifesa. In tale azione ho riscontrato un parallelismo con le droghe da stupro, inodori ed insapori, che fanno piombare le vittime in un profondo stato d’incoscienza permettendo all’aggressore d’infierire indisturbato su di loro.

[2]  Vd. http://www.doppiozero.com/rubriche/1543/201703/bellezza-e-bruttezza-nella-fiaba.

[3] Nel caso di Biancaneve subentra anche l’elemento necrofilo del principe che s’invaghisce della fanciulla senza poter sapere che lei è solo addormentata. Di fatto assistiamo al desiderio di un corpo di donna morto ed inerme che, semplicemente, ha mantenuto la sua bellezza. Viene da domandarsi perché mai l’uomo insista tanto con i nani per potersi portare la bara di vetro al castello.

[4] «Il lupo di Cappuccetto Rosso è il maschile seduttore, pericoloso sul piano sessuale, a cui la bambina rischia di soccombere, ancora troppo acerba e priva di modelli di identificazione femminile validi» (Santagostino 2004, p. 69). È interessante notare, prosegue l’autrice, come il lupo possa essere quello nero, pericoloso e distruttore, quello azzurro – eremita o ancora quello sciamano, simbolo di elevazione spirituale. Si legge infatti che «[…] è proprio il lupo ad essere invocato nei riti agresti della fecondità, simbolo qui di un maschile sessualmente fecondo che viene auspicato, venerato, invitato» (ibidem).

 

 

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