Studi di genere o la colonizzazione patriarcale del femminismo

Articolo di Giorgia Succi

Nel 1971 Esther Vilar, autrice argentina naturalizzata tedesca, dà alle stampe ‘The Manipulated man’ (L’uomo manipolato) un testo che la stessa Vilar quasi trent’anni dopo dirà essere stato composto «in reazione alla grande rabbia provata per il monopolio di opinione del movimento delle donne a livello mondiale»[1]. Questo libro, scritto per amore degli uomini e odio per le donne denuncia il movimento femminista come vittimistico, slegato dalla realtà e “misandrico”. A gran voce nel suo pamphlet Vilar delinea con foga e in dettaglio quelli che erano, sono e saranno sempre i temi cari ai movimenti internazionali dei diritti degli uomini. Temi riassumibili nel sempreverde: le donne sono la rovina degli uomini, non il contrario.

Nello stesso decennio il movimento femminista, che è stato da sempre[2] consapevole che la lotta al sistema fallocentrico e patriarcale fosse da combattere attraverso la sua macchina più potente e propagandistica: l’educazione, rivendica un ruolo centrale per le donne come oggetto e soggetto di studio. La vita, il pensiero e le opere femminili necessitavano di essere espresse e studiate attraverso un punto di vista e un’analisi femminista che potesse liberare poetesse, scienziate, artiste e insegnanti dal ruolo comandato di mogli, madri e puttane che la storia patriarcale e maschio-centrica aveva loro imposto. Una storia che se non negava completamente i nomi di quelle donne ne demistificava vita e contributi per accoglierle in un sistema socio-politico e culturale che naturalizzava e naturalizza la sottomissione delle donne e la loro inferiorità ontologica ed intellettuale.

È proprio all’interno del contesto di lotta femminista di seconda ondata che diverse intellettuali di tutto il mondo si connettono per formare una rete internazionale di alleanza femminista e politiche solidali volta a promuovere attraverso una globale resistenza e risveglio di coscienza femminista e/o femminile quelli che saranno chiamati ‘Women’s studies’[3].
È il 1969[4] quando all’Università di Cornell nello stato di New York viene istituito il primo corso accreditato di ‘Studi delle donne’; il 1970[5] quando l’Università di S. Diego fonda il primo programma ufficiale di ‘Women’s Studies’ nel quale le docenti vengono pagate per insegnare storia delle donne che fino a quell’anno avevano impartito gratuitamente e nel tempo libero. Lo studio delle donne nato come progetto politico volontario si trasforma in «un’iniziativa accademica su vasta scala»[6].

Tra il 1970 e la prima metà degli anni ’80 fioriscono corsi di storia delle donne in tutto il mondo: dalla Gran Bretagna (1976)[7] alla Corea (1977)[8], dall’India (1975)[9] alla Francia dove nel 1974 la scrittrice, accademica e femminista francese Helene Cixous fonda il ‘Centro di studi femminili’ ora ‘Centro di studi femminili e di genere’[10]. In Italia gli Studi sulle donne prenderanno timido avvio negli anni ’80 attraverso la costituzione di Diotima, comunità filosofica femminile che nasce dentro l’Università di Verona nel 1983[11]. Per l’affermarsi di un corso di studi vero e proprio bisognerà aspettare il 1998 a Bologna[12]. In Europa sarà grazie alla creazione di Athena[13], rete tematica dei Women’s Studies ideata all’interno del progetto Socrates (Erasmus), che nel 1996 si avviano pratiche di didattica ed insegnamento unificate tra atenei affinché tematiche e tipologia di ricerca perseguano medesimi obbiettivi e possano continuare ad ottenere fondi dall’Unione Europea.

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Corso di salute ginecologica.  Studi sulle donne, Usa: anni ‘80

Sono proprio il rischio di omologazione e colonizzazione patriarcale degli Studi sulle donne che già a metà degli anni ’70 producono conflitti interni al movimento femminista[14]. Le tensioni tra attivismo e accademia si surriscaldano e arrivano all’apice durante gli anni ’90 e ‘00 quando il cosiddetto ‘femminismo’ di terza ondata, quello liberale e mainstream si afferma a livello popolare trasformando inesorabilmente una pratica politica in un’identità individuale. Se nel 1978 per alcune attiviste del movimento era ancora possibile parlare di Women’s Studies come sostituto del Movimento delle donne, negli anni successivi c’era chi voleva addirittura rimuovere la parola femminista dai documenti di conferenze pensando che la parola avrebbe potuto dare un cattivo nome agli Studi[15].

Inevitabilmente l’ingresso del femminismo in Accademia ne ha compromesso nel corso del tempo la carica eversiva e rivoluzionaria creando una ferita difficilmente sanabile all’interno del movimento. Lo slittamento da un sistema comunitario a uno gerarchico e sottomesso alla burocrazia e alle dinamiche di un’istituzione patriarcale: requisiti di accesso per le studentesse (e gli studenti), programma di studi, esami, votazioni ecc.. ha costretto il femminismo a dover essere più appetibile per il mercato, a rinnegare in parte se stesso, a normalizzarsi e a dimostrarsi fondamentalmente innocuo o liberatorio per chiunque. Non è un caso che il primo libro assegnato in lettura a scolare e scolari negli odierni corsi di Gender Studies in Uk sia ‘Il femminismo è per tutti’ di bell hooks.

In India come in Corea i Women’s Studies nati negli anni ’70 erano stati costretti a prendere le distanze dal modello femminista e di genealogia femminile dei dipartimenti occidentali finendo col venire precocemente assorbiti dal sistema patriarcale che li tollerava se non mettevano in discussione le fondamenta dello status quo. In Occidente invece, negli Usa in special modo, i primi corsi di Women’s Studies spiegavano che il genere è un costrutto sociale di differenza e dominio che apre la strada e supporta la dominazione con lo scopo di dominare. Si focalizzavano sulla differenza tra uomini e donne, sul rendere visibili le vite delle donne, spostare la prospettiva dal maschio come universale alla femmina come legittima ed enfatizzavano il concetto di sorellanza come universale e globale.
Le critiche che verranno mosse a questo primo programma di principi saranno il primo seme patriarcale di destabilizzazione, manipolazione e assorbimento del femminismo in Accademia.
I principi insegnati e discussi furono infatti accusati di essere generalizzazioni che impedivano a donne e uomini di essere diversi le une dagli altri e al contempo riducevano maschi e femmine a due poli opposti.

È a metà degli anni ’80 che a causa di approcci differenti e inimicizie tra pensatrici femministe di diversa estrazione, razza e orientamento, il concetto di sorellanza e connessione tra donne inizia a vacillare. Questi sono gli anni in cui il genere diventa ‘un’utile categoria di analisi storica’[16], si affermano gli studi sulla mascolinità che dimostrano come essa possa essere molteplice, non connessa alla biologia ma alla socializzazione. Questo è il decennio sul cui finire Kimberlé Crenshaw, accademica e giurista femminista afro-americana, nel 1989 conia il termine intersezionalità, già discusso e teorizzato anni prima da diverse pensatrici[17], per parlare della doppia discriminazione e violenza subita dalle donne afro-americane in quanto femmine e nere.

Insomma, negli anni ’80 i Women’s Studies sebbene pongano ancora la loro attenzione sulle discriminazioni patite dalle donne in quanto femmine e sulla violenza che subiscono e si aprano alla critica dell’eterosessualità come obbligatoria e coercitiva[18], divengono al contempo ricettacolo di divisione tra donne: il concetto di sorellanza globale inizia a indebolirsi e i maschi diventano uno dei soggetti dei Women’s Studies reclamando il loro essere oppressi dallo stesso sistema dal quale traggono profitto.

Dagli anni ’90 ad oggi gli Studi sulle donne nati originariamente con la necessità di educare le donne al femminismo e riportare alla luce il pensiero delle stesse nella storia, si fanno assorbire dalla lotta per i diritti umani tout court, evidenziano le differenze di pensiero e discriminazione tra donne bianche e nere. Invece di rimanere legate nelle uguaglianze con la consapevolezza di essere soggettività diverse all’interno di un’unica soggettività femminile, si distanziano. Sono questi i decenni di conflitto tra il cosiddetto ‘femminismo bianco’ e ‘femminismo nero’, gli anni in cui l’ostilità tra femministe contrarie alla pornografia e alla prostituzione e ‘femministe’ a favore si fanno più accese e si fortificano.

Nel 1990[19] Teresa de Lauretis, semiologa e docente di teoria filmica e letteraria femminista, si riappropria in ambito accademico del termine dispregiativo e popolare ‘queer’ (frocio) per analizzare i soggetti eccentrici[20] e anti-normativi omosessuali maschili e femminili per poi abbandonarlo pochi anni dopo comprendendo il pericolo di colonizzazione del termine da parte dell’industria editoriale[21]. In questi anni si sviluppa la filosofia identitaria nata nei decenni precedenti, il genere diventa performance[22] e non costruzione patriarcale per opprimere le donne. Il corpo sessuato viene surclassato dall’identità volatile e soffocante di genere e il soggetto femminile, oppresso per la sua biologia, diventa quello privilegiato[23].

Durante gli anni 2000 gli Studi sulle donne cambiano ufficialmente nome per diventare ‘Gender Studies’, il soggetto femminile ma soprattutto femminista non è più al centro del dibattito, dell’analisi e dello studio in Accademia. Le paure delle femministe negli anni ’70 e ’80 si avverano[24]: il femminismo insegnato in Università si adegua alle formalità educative patriarcali e viene assimilato come parte del sistema, il concetto di sorellanza tra insegnanti e alunne fatica a mantenersi, il ‘politically correct’ maschilista si fa norma, il ‘femminismo’ liberale e pop che glorifica la prostituzione e la pornografia come scelta femminile di empowerment si consolida, l’orientamento sessuale lesbico teorizzato come forma di resistenza femminista al sistema etero-normativo perde valore per essere annegato nel sistema identitario e capitalista queer.

‘Le donne trans sono donne!’ è oggi mantra distopico urlato a più voci da maschi spesso eterosessuali e bianchi che rivendicano uno stato di vittime. Il volto della loro oppressione non è però il sistema patriarcale-omofobo ma la femminista radicale che chiamano terf[25]. La violenza sulle donne non è solo esaltata ma normalizzata[26]. Il sesso diventa assegnato alla nascita mentre il genere è innato[27]. Il pensiero critico e divergente se non accomodante delle tendenze queer e pro sex work, due facce della stessa medaglia[28], viene silenziato. Le femministe che si oppongono a questa deriva misogina e violenta del femminismo non possono più parlare in Accademia. Casi più famosi e recenti sono quello della giornalista Julie Bindel[29], dell’attivista lesbica e femminista nera Linda Bellos[30] e il più fresco a spese della storica femminista Max Dashu[31] e dell’artista femminista e matrilineare Nina Paley[32] .

I Women’s Studies nati alla fine degli anni ‘60 per liberare ed educare le donne al femminismo e al pensiero e scrittura femminile, per legittimare il soggetto donna come autonomo e universale e riconoscere l’autorialità e autorevolezza femminile, sono diventati uno dei terreni più fertili da colonizzare da parte del ‘Maschio manipolato’ ritratto da Esther Vilar.
Nel 2004 la femminista americana Andrea Dworkin, tremendamente visionaria e acuta, scrisse a Julie Bindel che gli ultraliberali stavano vincendo la guerra, che se come femministe ci fossimo arrese, alle generazioni più giovani di donne sarebbe stato detto che il porno è buono e loro ci avrebbero creduto[33]. Andrea Dworkin, morta ormai tredici anni fa, aveva pienamente compreso quale mondo distopico di misoginia mascherata sarebbe sopraggiunto, un mondo in cui le donne rivendicano la scelta di essere schiave, di essere secondo sesso con l’illusione di potenziarsi e auto-determinarsi.

Ma

‘C’è orgoglio nell’amore affettuoso che è nostra base comune, e nell’amore sensuale, e nella memoria della madre – e quell’orgoglio brilla luminoso come il sole estivo a mezzogiorno. Quell’orgoglio non può essere degradato. Coloro che lo vogliono degradare si trovano nella posizione di gettare una manciata di fango sul sole. Ma lui brilla lo stesso, e coloro che lanciano fango si sporcano solo le mani. Alle volte il sole è coperto di un denso strato di nuvole scure. Una persona guardandolo potrebbe giurare che il sole non ci sia. Ma il sole brilla ancora. Durante la notte, quando non c’è alcuna luce, il sole brilla ancora. Sotto la pioggia o la grandine, o l’uragano o il tornado, il sole brilla ancora. Il sole chiede a se stesso: ‘Sono buono? Ho valore? Sono abbastanza? No, brucia e brilla. Il sole si chiede: ‘cosa pensa di me la luna? Cosa prova per me Marte oggi? No, brucia e brilla. Il sole si chiede: ‘Sono grande come i soli delle altre galassie? No brucia e brilla. Finchè abbiamo vita e respiro, non importa quanto buia sia la terra intorno a noi, quel sole brucerà ancora, brillerà ancora. Non c’è oggi senza il sole. Non c’è domani senza il sole. Non c’era ieri senza il sole. Quella luce è dentro di noi – costante, calda e rigenerante.
Ricordatelo sorelle nei tempi bui che verranno’[34]

women unite
Movimento di liberazione delle donne a Washington DC, 26 Agosto 1970.

 


[1] Esther Vilar (1972) The Manipulated Man, Pinter & Martin Psychology, London, 1998. Preface.

[2] Cfr. Christine de Pizan (1405) La città delle dame; Lucrezia Marinelli (1591) La nobiltà et l’eccellenza delle donne, co’ difetti et mancamenti de gli huomini, Discorso, Venezia, Sanese; Mary Astell (1694) A Serious Proposal to the Ladies, for the Advancement of Their True and Greatest Interest. By a Lover of Her Sex; Olympe de Gouges (1791) Dichiarazione della donna e della cittadina; Mary Wollstonecraft (1792) Rivendicazione dei diritti della donna; Anna Maria Mozzoni (1864) La donna e i suoi rapporti sociali.

[3] Heike Kahlert (2018) Gender Studies and the New Academic Governance. Global Challenges, Glocal Dynamics and Local Impacts, Berlino.

[4] Ada P. Kahn (2006) The Encyclopedia of Stress and Stress-Related Diseases, Second Edition. Facts on file, New York, p. 388.

[5] Roberta Salper (2011) “San Diego State 1970: The Initial Year of the Nation’s First Women’s Studies Program in Feminist Studies 37 (3): pp 658–682.

[6] Cathy N. Davidson (2002) Afterword to Women’s Studies on Its Own: A Next Wave Reader in Institutional Change by Robyn Wiegman, Inderpal Grewal, Caren Kaplan, Duke University Press.

[7] Elizabeth Bird (2003) Women’s studies and the women’s movement in Britain: origins and evolution, 1970–2000 in Women’s History Review, Volume 12, Number 2. Pp 263-288.

[8] Soon Young  Yoon (1979) Women’s studies in Korea in Signs Vol. 4, No. 4, The Labor of Women: Work and Family pp. 751-762. Chicago: The University of Chicago Press.

[9] L. Thara Bhai (1999) Women’s studies in India, A.P.H. Publishing: New Delhi.

[10] Cfr. http://www2.univ-paris8.fr/ef/

[11] Fiamma Lussana (2012) Il movimento femminista in Italia: esperienze, storie, memorie, 1965-1980. Carocci: Roma.

[12] Raffaella Baccolini (2016) Lo stato degli studi di genere in Italia: a partire da alcuni recenti volumi in MediAzioni 19.

[13] http://archeologia.women.it/user/villa/athena.html

[14] Cfr. Elizabeth Bird (2003) op. cit.

[15] Ivi.

[16] Joan Scott (1986) Il. “genere”: un’utile categoria di analisi storica in American Historical Review 91, No. 5

[17] Cfr. Michele Wallace (1978) Black Macho and the Myth of the Superwoman, New York: Verso Books; Angela Davis (1981) Women, Race and Class. New York: Random House Audre Lorde (1984) Sister Outsider: Essays and Speeches. Trumansburg, New York: The Crossing Press.

[18] Cfr. Adrienne Rich (1980) Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica in Signs: Journal of Women in Culture and Society. University of Chicago Press.

[19] Teresa de Lauretis “Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities. An Introduction”, in Differences, 1991, 3, 2, pp. iii-xviii.

[20] Teresa de Lauretis (1999) Soggetti eccentrici, Milano: Feltrinelli.

[21] Teresa de Lauretis (1994) The Practice of Love: Lesbian Sexuality and Perverse Desire. Bloomington: Indiana University Press.

[22] Judith Butler (1993) Bodies that Matter: on the Discoursive Limits of Sex, New York: Routledge.

[23] Cfr. https://www.care2.com/causes/got-privilege-what-is-cisgender-privilege-and-why-does-it-matter.html ; http://thenewbacklash.blogspot.com/p/6-woman-is-privilege-cis.html

[24] Cfr. Elizabeth Bird (2003) op. cit.

[25] Cfr. https://www.feministcurrent.com/2017/09/21/terf-isnt-slur-hate-speech/

[26] Cfr. https://gendertrender.wordpress.com/2018/04/27/san-francisco-public-library-hosts-transgender-art-exhibit-featuring-weapons-intended-to-kill-feminists/

[27] Cfr. https://broadly.vice.com/en_us/article/594mak/how-to-eat-out-a-non-op-trans-woman-oral-sex ; https://www.economist.com/open-future/2018/07/05/trans-rights-should-not-come-at-the-cost-of-womens-fragile-gains ; https://medium.com/@transphilosophr/what-is-girldick-9363515e0bfd ; http://www.heraldscotland.com/news/16311379.schools-forget-girls-in-rush-to-adopt-pro-trans-guidance-campaigners-claim-as-christian-group-threatens-legal-action/?ref=twtrec

[28] Cfr. Brooke Beloso (2017) Queer Theory, Sex Work, and Foucault’s Unreason in Foucault Studies, No. 23, pp. 141-166  http://sfonline.barnard.edu/a-new-queer-agenda/sex-work-and-queer-politics-in-three-acts/https://www.feministcurrent.com/2017/10/02/pact-trans-rights-advocates-sex-trade-lobby/

[29] Cfr. https://www.feministcurrent.com/2017/01/04/whats-current-103/

[30] Cfr. https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/oct/06/feminist-linda-bellos-women-trans-male-violence

[31] Cfr. Profilo Facebook di Max Dashu, post del 18/07/18.

[32] Cfr. https://www.feministcurrent.com/2018/07/19/whats-current-artist-nina-paley-feminist-historian-max-dashu-no-platformed-trans-activists/

[33] Cfr. https://www.theguardian.com/commentisfree/2015/mar/30/andrea-dworkin-the-feminist-knew-teach-young-women

[34] Andrea Dworkin (1976) Our Blood: Prophecies and Discourses on Sexual Politics, New York: Perigee, p. 74 trad. mia.

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